My Covid Stories – Il rito di passaggio

 

Language: Italian

Contribution of: Anonymous

photo: processingly

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Il rito di passaggio

Si tratta di far uscire le parole.

Si tratta di cominciare a scrivere i pensieri che circolano in testa, i ricordi, i frammenti, le immagini.

Volti, sensazioni, dolore, flash.

Ale, il telefono, il respiro flebile. Un filo di voce mentre respiro piano, e lentamente. Affannata. come se l’anima volesse scivolare via ma una parte restasse agganciata alla gabbia toracica. Quel frammento strappato e filamentoso tiene in vita. ansimando.

“Ale, ho paura”. 

Ogni normale attività, fino al decimo giorno.

Quella febbre che cominciava. Le guance un po’ rosse, che in fondo fanno tanto salute.

Il dubbio. “Sarà meglio sentire il medico, tanto per essere sicuri”.

Il riposo a letto, tanto per essere sicuri, e approfittarne un po’ per riposarsi.

Poi, il declino.

Velocissimamente, dalla terra precipitare verso il basso senza nemmeno accorgersi.

La febbre che sale, poi scende, poi sale di più, e quel dolore al petto, quel dolore, quella morsa mortale, quella stretta che ti brucia l’anima, quel macigno che ti sfonda le costole.

Quegli occhi che bruciano. 

Poca tosse, ti dici, “io non sto come gli altri”, ma non ti rendi conto che tu stai facendo come gli altri: tu sei ‘gli altri’.

Cominci a dormire, una, due, tre ore al mattino, e poi anche al pomeriggio.  

Cominci a tremare; non ti senti più gli arti. Mani e piedi formicolano quando parli, quando cammini, quando ti alzi. 

E’ l’ossigeno che manca.

Ti guardi le labbra.

Le dita.

Le unghie.

Controlli di non essere blu.

Ti accontenti di un leggero mal di stomaco, felice di non avere forti gastriti e vantandoti di non avere mai perso l’olfatto. Per poi scoprire solo sentendo un profumo dalla cucina 30 giorni dopo che, in realtà, lo avevi perso anche tu.

Ancora la febbre, ancora il respiro. Il suono del vento che sibila da dietro a una porta, piazzato dentro ai tuoi polmoni.

Non c’è più una realtà.

Ci sei solo tu, nel silenzio della tua stanza, e nel vuoto del tuo universo.

Fissi le pareti senza nemmeno cercare un’uscita, perché la tua unica uscita è quel filo di aria, che ti ostini a far suonare più forte di come in realtà è, vendendolo come capace di una normale conversazione telefonica.

Tu non ti senti, le persone invece sì. Le persone ti dicono che non stai andando bene.

Qualcuna mente, e ti dice che non sente niente.

Qualcuno ti ascolta, ti ascolta e basta, ti distrae e ti fa parlare dei tuoi sogni, delle tue speranze, ti fa riflettere, mentre tu sei lì, semiseduta a distrarti cercando un perché, cercando di capire perché te.

Non esistono medicine. Non c’è niente per fare scendere la temperatura, niente per calmare il mal di testa, niente per respirare meglio. 

C’è solo l’attesa. E il panico dell’ammalarsi di una malattia che nessuno conosce, e di cui non si conoscono gli effetti nel tempo. Mentre tutti ripetono di scappare e chiudersi in casa, nessuno sa cosa accade a chi è colpito. C’è il vuoto del nulla. Il cosmo sotto ai tuoi piedi. Il punto interrogativo negli occhi della gente. Le domande irrisolte.

Tu e te stesso. Il tuo corpo che combatte senza aiuti.

C’è lo scoramento.

E a un certo punto, c’è un’infinitesimale voglia di mollare. perché sei stanco di stare così male.

Meditazione.

Convincersi che stai bene, ripetersi che stai bene, fino a consumare le parole, fino a terminare il vocabolario, fino alla nausea. Fogli, frasi, suoni, canti, om, “il mio corpo è un tempio, il mio corpo è sano, il mio corpo è in armonia”. Ogni frase mi risuona dentro, si fracassa nel torace. Lo sguardo piatto e sbarrato senza sorriso impedisce alle lacrime di parlare e intontisce il cervello fino all’ossessione.

Fumi di idrossiclorochina dall’America risalgono lentamente offuscando i pensieri. Il farmaco è lontano. La guarigione pure. Ma il calore di alcune persone no.

E allora capisci.

Il senso di tutto. 

Di quella esperienza, di questa vita, di quelle parole, di quelle telefonate.

Capisci come tutto segua un suo percorso. 

Sono passati mesi e il ricordo del dolore fisico ogni tanto è ancora vivo; lo shock è più acuto; la guarigione ancora un po’ lontana; ma la febbre rallentata; il respiro migliorato; il cuore più aperto; lo sguardo più chiaro; la visione più netta; la vita cambiata. Il percorso di una vita è alla fine, mentre una nuova ha inizio.

 

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